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"L'avversario" di E. Carrère

Creato il 28 agosto 2013 da Bens
In un'epoca in cui la gara si svolge solo fra chi vuol farsi capire, farsi ascoltare, farsi conoscere, in cui assistiamo praticamente immobili alla dittatura dell'Ego di milioni di orribili individui, in un'epoca, dicevo, in cui è necessario gridare per attirare l'attenzione, un'attenzione così fragile da durare giusto il tempo tra un ridicolo festival di stupide opinioni e l'altro, perché siamo noiosi e annoiati, schifosamente viziati dallo spettro della nostra presunta superiorità sugli altri per cui ci aspettiamo sempre un premio che chissà perché nessuno ci conferisce mai, beh in un quadro tanto squallido finisco per apprezzare la silenziosa e del tutto inosservata immolazione di chi vuole ascoltare e capire, perché cosciente che le cose più importanti non sono quelle che sappiamo, ma quelle che ignoriamo.
E Carrère c'ha provato. Si è messo buono buono accanto ad un uomo che ha sterminato moglie, figli e genitori, dopo quasi vent'anni di menzogne sulla sua vita sociale e professionale, e ne ha tratto un libro. Carrére ha provato a fare una cosa onorevole (sempre dalla parte del torto e del peccato suggerisce la mia coscienza) ma che come al solito gli è riuscita malissimo. Non perché il rischio di voler indagare troppo nel buio macbethiano della causa prima o del motore primo sia quello di finire con il giustificare tutto come una serie di eventi talmente incatenati per cui l'unica soluzione rimane lo sterminio, ma perché Carrère che voleva capire, non ha capito e non ha ammesso di non aver capito. Ma la cosa ben più grave è la falsa verità che ci ha propinato: ha voluto farci credere nelle ragioni di fondo, quando in fondo non c'è proprio niente.
Chi voleva presentarci? Un uomo mancato e dilaniato dalla colpa come fosse un moderno eroe russo di stampo dostoevskijiano? Un maturo Raskolnikov che non impara mai la lezione? Uno taciturno Stavrogin, umanizzazione del male assoluto?
Qui c'è solo un fatto di cronaca, abbastanza orrendo da saziare le fantasie romanzesche di qualsiasi scrittore un po' più brillante, che apre e chiude la vicenda. E' solo una cosa oscena in cui Carrére ha ficcato il naso. Da qualche parte lo hanno definito un libro crudele, da qualche parte si sono persi la confessione di Stavrogin, responsabile del suicidio della bambina che aveva stuprato.

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