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L’ultimo desiderio

Da Paride

Ecco: una bambina dolce come la stretta di un pitone, bionda come la cometa dell’apocalisse e gentile come un proiettile al cuore, nella cantina della vecchia nonna che non moriva mai si entusiasmò per una lampada ad olio incrostata e zozza. La bambina, che chiamavano Soda per l’acredine delle sue parole e l’impulsività selvaggia delle sue azioni, lasciò subito cadere la lampada dopo averne constatate le miserrime condizioni. Pensò troppo tardi che avrebbe potuto macchiare indelebilmente la pelle delle sue nuove scarpette con fibbie d’argento, ma tirò ugualmente un di quei calci da spedire la lampada sulla parete di fronte con rovinoso rimbombo di stoviglie.
- Ahi! – si sentì nel silenzio segreto della cantina.
- Ahi? – Si domandò Soda.
- E’ impossibile! – sentenziò.
- Fatemi uscire! – disse una voce.
Soda si nascose dietro una colonna, il suo respiro si bloccò e credette di provare un sentimento che spessissimo s’impossessa delle persone ma a cui lei non si era mai nemmeno lontanamente arresa: la paura.
- E’ impossibile! – dichiarò.
Decisa si avvicinò alla lampada impolverata e vetusta dandole una bella strofinata con le dita delicate di strega bambina. La lampada balzò dalle sue mani e cadde per terra. Dopo qualche saltello dal cannello si sprigionò un fumo bianco profumato di lavanda. Dalla nuvola creatasi comparve un signore anziano in tenuta da eunuco con turbante, pharde e belletto in quantità così esagerata che le rughe sul viso sembravano autostrade: un’apparizione conturbante per una bambina!
- Eccomi qui. – Esclamò l’essere con dovere, ma senza entusiasmo e con un filo di voce. – Sono il genio della lampada: tu che mi hai liberato hai diritto a tre desideri. Ordina e ti sarà dato, ahi!
- Ti sarà dato ahi? – domandò Soda.
- Prima ho sbattuto la schiena – rispose il genio – Hai pensato ai tre desideri?
- Veramente si, rispose Soda.
- Bene, in genere tra l’uno e l’altro si perde un’eternità. Su, la invitò, sbrighiamoci.
Soda lo guardò attentamente: era così stanco che non si doveva mai essere visto uno stanco come lui; stava in piedi per miracolo, il mento sulla mano, il gomito sul ginocchio e una gamba piegata sull’altra. E non aveva nemmeno aperto gli occhi.
Ma Soda non ci pensò su più di tanto e proferì il suo primo desiderio:
- Voglio bere la bibita più buona del mondo.
- Ecco, disse il genio schioccando le dita.
Sul tavolino comparve un gigantesco bicchiere di vetro, colmo di un liquido viola. Soda si avvicinò e annusò: i suoi occhi vi si sciolsero dentro. Afferrò il bicchiere e d’un solo fiato s’ingollò la bibita.
- Cavolo! Mai bevuto una roba del genere, disse pulendosi il musetto accattivante.
- Eh, sospirò il genio: per lui si era sempre in ritardo pazzesco.
Soda non se lo fece mandare a dire.
- Il mio secondo desiderio è mangiare il dolce più buono del mondo.
- Ecco, disse il genio schioccando le dita.
Su un piatto di maiolica un cucchiaio d’argento era confitto in un indescrivibile sincretismo di grassi, zuccheri, proteine e fibre, quali mai nessun cuoco si sarebbe mai sognato di poter preparare. Prima di attaccare l’incomparabile super-bignè Soda diede un’occhiata al genio: aveva aperto gli occhi, sembrava dilettato da quella creazione, le rughe si erano distese in stradine di campagna, era più rilassato. In effetti aveva creato lo stesso dolce già una volta, più di due secoli prima. Era stato il più grande pasticciere del mondo a desiderarlo: non senza orgoglio e una spruzzatina a neve di vanteria stava ricordando i vanigliati e sperticati elogi per quella meraviglia dell’arte pasticcera.
Soda dovette arrendersi a metà. Ancora non era nato chi o cosa potesse vincerla, ma più mangiava e più aveva sete; vari strati dagli aromi incantevoli e dai colori saporiti erano ancora sconosciuti alle sue fauci. A malincuore pensò che avrebbe potuto chiedere la bibita dopo il dolce. Il terzo desiderio non poteva sprecarlo neanche chiedendo la bibita più buona della più buona. Naturalmente non ammise di aver sbagliato, ma scusò se stessa per l’emozione di quella meravigliosa possibilità. Il genio, invece, approfittò senz’altro di quel momento di debolezza.
- Andiamo col terzo, piccola?
- No, rispose Soda.
- Mi sembra che il dolce non lo finirai.
- Lo finirò, disse la bambina, ingollandosi disperatamente un grosso boccone che le fece rischiare un’occlusione esofagea. Purtroppo una sostanza gialla cadde lasciando le sue graziose impronte sul vestitino. Finito di deglutire con qualche gentile scossone al delicato corpicino, si avvide della macchia.
- E’ impossibile, disse pensando alla sua mise sempre immacolata.
- Smacchiamo? domandò faceto il genio.
- Neanche per idea, rispose Soda, caustica, ne ho altri novantanove. Guardò il vecchio Genio negli occhi trattenendo l’ira.
- Bene, disse il genio sicuro di sé, nella millenaria esperienza che si portano addosso queste spalle esauste, ben pochi sono stati quelli che hanno espresso un degno ultimo desiderio.

continua


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