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"Lo Stato siamo noi": la lezione civile di Calamandrei per ricostruire l'Italia

Creato il 23 novembre 2011 da David Incamicia @FuoriOndaBlog

L'Italia, di nuovo matrigna degenere del proprio infausto destino, sta vivendo giorni gravi ed incerti dopo aver consumato un redivivo ventennio carico di sciagure. Forse all'epilogo della fase storica del berlusconismo, segnata da profonde metastasi civili, si riscopre esausta e fragile dinanzi a un cumulo di macerie etiche e culturali, sociali ed economiche. La seconda repubblica, nata a furor di popolo per normalizzare la nostra democrazia e favorire l'alternanza dopo decenni di alterazioni consociative, ha tradito non solo la propria missione riformatrice e salvifica ma ha rinnegato pure la base ideale iscritta nella Costituzione col sangue di migliaia di martiri.
Lo scenario che si apre oggi somiglia molto a quello immediatamente successivo alla caduta del regime fascista. Ora come allora si invoca la pacificazione della Nazione, ci si affida daccapo alle migliori risorse della società per riscrivere le regole di convivenza. Ma mentre i protagonisti del dopoguerra furono gli stessi attori che avevano combattuto contro la dittatura, divenendo per un processo quasi naturale classe dirigente nella politica e nelle istituzioni, nell'attuale situazione a mancare è proprio il tessuto connettivo tradizionalmente rappresentato dai partiti, obiettivamente inadeguati e per questo osteggiati dall'opinione pubblica prevalente in nome di una legittima ed autentica aspirazione al rinnovamento e non solo per scialbe e riduttive pulsioni antisistema.
Questo deficit di credibilità - e per ineluttabile conseguenza anche di rappresentanza - non poteva che essere colmato dalla chiamata in causa al servizio del Paese di quelle avanguardie della modernità da molti definite, a torto e con disprezzo, "tecnocrati". Al di là delle ovvie differenze culturali, dettate soprattutto dall'enorme arco temporale che li divide, le eccellenze appena insediatesi al governo hanno comunque un compito del tutto paragonabile a quello dei padri Costituenti. E si tratta di un dovere assolutamente ed eminentemente politico.
Forse non è casuale, a conferma della fondatezza delle teorie cicliche di Vico, successivamente riprese e approfondite da un illustre esponente del pensiero azionista come Norberto Bobbio, che sia uscito proprio in questo periodo l'istant book edito da Chiarelettere "Lo Stato siamo noi", che raccoglie una selezione di interventi e di scritti di Piero Calamandrei e rappresenta una testimonianza molto attuale circa l'esigenza di uno sforzo collettivo tendente al recupero di radici storiche condivise per l'affermazione di una "politica altra".
La vicenda umana e politica di Calamandrei, eroe partigiano di "Giustizia e Libertà" e membro dell'Assemblea Costituente, fine giurista e co-rifondatore del glorioso Partito d'Azione di mazziniana memoria assieme a personalità del calibro di Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Ugo La Malfa, Ferruccio Parri, Emilio Lussu e Vittorio Foa, è stata interamente scandita dal progetto di defascistizzazione degli italiani, nella prospettiva alta e nobile di edificare una nuova "religione civile" saldamente poggiata sulla Costituzione del 1948. E' a lui, su tali basi, che si deve la nascita del concetto di "cittadinanza attiva" che ancor oggi conserva intatta la sua forza manifestandosi nelle molteplici iniziative della cosiddetta area movimentista.
Piero Calamandrei fu, insomma, fra i principali protagonisti della rinascita morale dell'Italia repubblicana sulle ceneri della tragedia bellica. In un celebre discorso tenuto ai giovani nel 1955, vero e proprio appello all'agire politico inteso come "scienza della libertà", rivendicava l'urgenza e il bisogno di conservare viva nel tempo la nostra Magna Carta attraverso l'impegno civico delle nuove generazioni.
La libertà perseguita da Calamandrei non era di tipo individualistico, pervicacemente ancorata al "me ne frego!" fascista, ma era quella dell'interdipendenza umana e della giustizia sociale. Anche oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, è necessario affrancarsi dai dogmi dei nuovi egoismi ispirati al mito berlusconiano del "ghe pensi mi" e al settarismo leghista che ha ingannevolmente distorto la visione unificante del federalismo. Per riuscire nell'impresa, tutt'altro che semplice, occorre riscoprirsi partecipi di un comune destino e recuperare la coscienza morale dei Costituenti. Affinchè partendo da un unico e piccolo centro, e seguendo un tracciato ideale di interconnessione solidale lungo cerchi sempre più estesi, dal singolo individuo si possa giungere a una comunità più vasta e via così fino all'umanità intera.
L'individualismo e la chiusura, la paura dell'altro da sè, l'assenza di futuro, così come ogni forma di desistenza civile, di ignavia e di rassegnazione, nell'insegnamento di Calamandrei rappresentano la massima abiura dei valori costituzionali. Che invece traggono linfa da un approccio laico ma severo di partecipazione e di resistenza, anche morale, alla cieca e dissennata assenza dei singoli dalla vicenda patria collettiva. E' il sentimento che ha ispirato tutto il filone culturale repubblicano e liberalsocialista, e che purtroppo solo alcune minoranze illuminate hanno cercato di perpetuare provando a fornirgli un'organizzazione ben definita.
Le parole d'ordine erano e rimangono assolutamente onerose, oltre che attualissime nella loro necessarietà: Stato e politica, etica e impegno, responsabilità e senso del dovere. Incitamenti espressi con grande forza emotiva, capaci di sfidare non sempre con successo l'infimo pragmatismo della partitocrazia italiana. Concetti ed idee, inoltre, che in questo particolare tornante della storia possono risultare utilissimi specialmente ai più giovani, alla continua ricerca di punti di riferimento a cui affidare dubbi, aspirazioni e passioni.
Perchè, come avrebbe detto proprio Piero Calamandrei se avesse potuto assistere al disfacimento morale e civile dell'Italia presente, "la politica non è una piacevole cosa, però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che auguro a voi di non sentire mai (...), ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica".
Una nuova etica pubblica, un effettivo e compiuto rinnovamento morale e culturale sono dunque possibili. Esattamente come negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale. Ma senza fede in noi stessi e nello Stato che siamo, senza quello sforzo supremo teso a preservare la religione civile che è la libertà dalle lusinghe delle umane debolezze, la nostra società è destinata a ripetere periodicamente i propri atavici errori.


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