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Quella selva oscura chiamata scrittura

Da Marcofre

Qualche giorno fa un lettore mi ha illustrato un problema nei commenti a un mio post. Insomma: come diavolo si fa quando si ha la sensazione di scrivere sì, ma anche di girare a vuoto? Di produrre una storia perfetta dal punto di vista formale, ma incapace di “mordere”?
Mica facile rispondere! Infatti mi limiterò ad alcune riflessioni.

La più banale: esiste il rischio che la disciplina che ci imponiamo (giusta, direi legittima) tenda dopo un po’ a sfociare nel masochismo. Penso al romanzo “L’opera” di Zola, quando il protagonista (un pittore), ritocca e rivede così tante volte il proprio quadro, da rovinarlo senza rimedio. Il finale è tragico: il pittore si uccide.
Evitiamo di giungere a un tale epilogo, per favore. Occorre riconoscere che chi sviluppa una simile attenzione e rispetto per la parola, è almeno di una spanna sopra a tutti quelli che:

“In un mese ho scritto un romanzo di 400 pagine. Ed è bellissimo: me lo hanno assicurato due persone laureate”.

Curioso come in un mondo dove esistono aziende fondate da gente che la laurea non l’ha mai conseguita, alcuni (e non sono pochi) credano ancora al potere della carta. Perché quello è: il potere della carta, non della parola.
Torniamo a noi.

Questa specie di sindrome che ci fa giudicare con occhi spietato quanto scriviamo, nasce dalla lettura di grandi autori. È evidente che se desidero scrivere e m’imbatto in Garcia Marquez o Raymond Carver, mi metto a piangere.
La buona notizia?

Costoro quando leggevano i grandi autori… si mettevano a piangere. Carver ammirava Cechov, Garcia Marquez aveva una predilezione per Juan Rulfo. Insomma, chi scrive è sempre inferiore a chi legge: soprattutto quando inizia. Per un po’, l’idea di stare scopiazzando, e pure male, l’opera dei propri beniamini esiste e resiste.
E dopo cosa accade? Scocca la scintilla? Appare in sogno lo spirito di Omero che ti dice: “Orsù non temere! Anche tu fai parte della schiera degli eletti”?

Non credo. Semmai ci si libera dell’ombra dei nostri autori preferiti e si cammina alla luce del sole. “Liberarsi” non vuol dire rinnegare, ma solo provare a camminare senza l’ingombro della loro presenza. Disciplina vuol dire anche far tacere le voci estranee che ci consigliano di scrivere come Tolstoj o DeLillo.
Che dicono: ma guarda qui, secondo te Carver avrebbe scritto così?

No: perché chi scrive in quel momento non è affatto Carver, bensì io. Forse molto male, però dobbiamo scovare la nostra voce e per questo è necessario zittire tutte le altre che sembrano volerci aiutare. In realtà ci ostacolano.
Ciascuno di noi è differente e unico, quindi anche la sua scrittura sarà per forza ben diversa da quella di chiunque altro.

Tutto questo però non vuol dire che una scrittura in quanto personale sarà di certo di valore ed efficace.
Qui però ci si inoltra in un territorio pericoloso, perché ha a che vedere con questioni del tutto personali. Impressioni che salgono in cattedra e da lì ci guardano molto male, ci giudicano degli incapaci.

Per esempio: l’autore anche affermato quando siede alla scrivania viene dilaniato dai dubbi. Esattamente come la prima volta: non esiste la certezza assoluta di star scrivendo qualcosa di ottimo. La narrativa non è matematica, per fortuna: due più due fa quattro e basta. Ma nella scrittura? Qualunque inizio è in salita. Il Nobel occhieggia, il “New Yorker” vuole intervistarti, e tu sei certo di essere finito, in putrefazione, in attesa che qualche anima pia arrivi con la bara, e ti chieda la cortesia di accomodarti nel letto definitivo.

Altre volte si è persuasi che fili tutto alla perfezione. Dopo un po’ di settimane si rilegge e non pare più così buono. Ancora qualche giorno e si è certi di essere vittime di un clamoroso equivoco, creato e mantenuto in vita da noi stessi.

Come si vede, qui non ci sono risposte, ma problemi. Se scrivere affascina in tanti, è bene indicare come al di là del fascino ci sia una selva oscura. Dappertutto è un fiorire di guide e dritte per ottenere questo o quello. Sarà in realtà un cammino triste e solitario. È bene farsi degli amici, ma la loro presenza, la loro critica o conforto saranno come un fuoco di paglia: necessario, ma breve.
Presto torneranno le arpie a dilaniarci.


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