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Recensione: "Tirannosauro"

Creato il 06 febbraio 2014 da Giuseppe Armellini
Tirannosauro la chiamava lui.
Perchè era grossa, perchè era ingombrante, perchè quando si spostava lei si spostava tutta la casa, perchè se saliva le scale lei c'era il terremoto, perchè era l'opposto della grazia, perchè quando lei si muoveva gli sembrava di essere sull'auto di Jurassic Park con il tirannosauro che gli corre dietro.
Tutum tutum tutum tutum
Sono quei soprannomi che dietro presunti difetti fisici nascondono sentimenti veri.
Tirannosauro la chiamava, e sembra importante questa cosa, questo nome, perchè alla fine è il titolo del film e deve essere importante.
In realtà lei non c'è mai, non c'è più, c'è stata prima del film e alla fine, per quello che vediamo, di importanza mica sembra averne tanta.
Ma poi ancora una volta, così come successe nello splendido Dead Man's Shoes (che dedicò al padre), Considine (qui anche regista, opera prima) aggiunge ancora una dedica finale.
A Pauline.
Che è la moglie morta del protagonista, il Tirannosauro di cui sopra.
Ma è anche la mamma di Considine, non la moglie, la mamma.
Come fece nel film precedente che dedicava al padre, poi alla fine il personaggio che impersonificava tale dedica era il fratello, non il padre.
In questi due film bisognerebbe saperle ste cose, aspettare quel minuto in più e leggere quelle dediche.
Come quella di Biutiful. Non sono cose dopo il film, sono cose dentro il film, molto dentro.
Perchè sublimare il dolore di una perdita nella scrittura di un film è una cosa grande.
E trasporla in personaggi differenti (padre-fratello) (madre-moglie) è un modo per tenere quel dolore più lontano per quanto è vicino.
Tirannosauro la chiamava lui.
E quel lui è Joseph (un Peter Mullan enorme, enorme), un uomo senza più niente.
Solo le sue birre, i suoi fuck, le sue scazzottate e il suo cane.
Che poi il suo cane muore subito subito a causa delle sue birre, dei suoi fuck e delle sue scazzottate.
Rimane solo, una di quelle solitudini vere, non cercate, la solitudine perfetta.
Ma si ricorda di una donna che gli sorrideva in un negozio.
Va al negozio, gli sorride ancora.
Non è più solo.
Il fatto è che qui non c'è felicità, ci sono solo volti segnati.
Quello di Joseph dalle rughe di una vita che lo divora con l'alcool e i sensi di colpa.
Quello di Hannah, dai pugni di un marito che le piscia addosso mentre dorme e poi le dice ti amo.
Quello di Samuel, sfigurato da un cane che alla fine è solo simbolo del degrado in cui vive.
Volti segnati, vite segnate.
Puro cinema inglese, puro e meraviglioso cinema inglese, quello della gente cattiva, delle birre, delle persone che si buttano via, dei quartieri lordi, delle facce scure.
E segnate.
"Ti ho visto" dice James (ancora un eccellente Eddie Marsan) ad Hannah mimandogli il taglio del collo.
Agghiacciante, una frase e un gesto che racconta più di qualsiasi documentario sulle violenze domestiche, quelle violenze non solo cieche e spaventose ma anche insensate, prive di logica, gratuite.
"Non è colpa tua" dice Joseph al cane del bullo. Perchè un cane, come un uomo, non diventa cattivo naturalmente, no, la cattiveria non è genetica, la cattiveria è uno dei perfidi regali della vita.
E anche quel cane deve morire perchè le vite segnate è meglio interromperle.
Specie se sei un cane e per fedeltà a un padrone sbagliato non puoi cambiare.
E poi Samuel è un bambino meraviglioso in un mondo molto poco meraviglioso, qualcosa andava fatto.
Poi c'è qualcuno che si guarda alla fine del film.
"Probabilmente ti amo"
"Probabilmente ti amo anche io"
"Probabilmente in un'altra vita staremmo insieme"
"Probabilmente"
Ma io ormai sono qua con le mie ferite, libero ma ferito, e te sei là, nella tua prigione, da cui non uscirai mai più.
Probabilmente si diranno questo.
O probabilmente se lo sono detti.
Ma non lo sappiamo perchè si guardano soltanto.
E così oltre al tirannosauro c'è qualcun altro per cui piangere.
( voto 8 )

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