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Da Paride

E sì che Julia faceva sport, ma lo sport non è mica come nella realtà, nello sport corri per dimagrire, mica per correre. Così tutto quello che hai dentro te lo tieni dentro, ma c’è sempre meno spazio dentro di te. E anche se ti sembra che ci siano meno cose, la verità è che ci sono sempre più cose in uno spazio sempre più piccino, in una coscienza sempre più castigata, incastrate come cibo tra i denti, nella fessura troppo stretta dei tuoi vestiti tra le facciate troppo larghe dei tuoi punti di vista.
Così alla fine quello che Julia aveva dentro da più tempo era marcito sul fondo, e, a dirla in breve, il suo cuore era ora una cancrena pulsante che non vedeva l’ora di scoppiare. O almeno così l’ho intesa io, e perciò non sono rimasta sorpresa, quando a un certo punto Julia ha preso una bottiglia di salsa fatta in casa e gliel’ha spaccata in testa. Non che quel giorno ci fossero più ragioni di un altro giorno. Il fatto è che ogni giorno c’erano sempre meno ragioni e sempre più voglia. Julia era a metà tra lo spegnersi e lo svampare. E così, quando Julia la vide a terra, tra sangue e salsa, fu colta da una morsa allo stomaco che forse voleva essere nausea ma che lei scambiò per rabbia, e allora Julia prese a spezzarle tutto quello che era a portata di un calcio ben assesstato, di un pugno, di un colpo qualsiasi. Quando Julia si risollevò era perfettamente cosciente che ormai quella là era crepata. Ma forse perfettamente cosciente è l’espressione peggiore che potessi usare. Diciamo che Julia sapeva che quella là non campava più, che non respirava più, e che non si sarebbe mai più alzata. E quando togli la vita a qualcuno, forse, la morte diventa solo questo. Le speranze infrante e il dolore dell’abbandono, subito dopo la morte, spariscono: sono cose della vita, e con la vita vanno via.
Julia invece non è che fosse proprio in gran salute, specie per certe strane manie che erano tornate ad azzannarle collo; ma tuttavia no, non si poteva lamentare: era ancora in piedi, e se non proprio nel fiore della gioventù, quantomeno nella parte più autonoma dell’esistenza.
Era primavera e tutto era tornato alla vita. Beh, tranne quella là, morta a terra.
E a Julia un tempo era piaciuta, la primavera. Un tempo Julia non vedeva l’ora di raccogliere le ciliegie, e guardava i tappeti di petali rosa sulla strada con una melanconica angoscia, che le era anche quella rimasta dentro.
Julia attraversò il corridoio e inspirò a fondo. In quella casa, la vita era passata così in fretta, con così tanta indifferenza, che l’aveva lasciata quasi vergine, intonsa dalle lame della routine e delle piccole gioie e tragedie domestiche. La vita di Julia era stata un buco nello spazio, in cui il tempo scendeva goccia a goccia. Una vita che non sporcava nulla, al massimo consumava i soliti quattro stracci che Julia portava distrattamente addosso: ma solo perchè vivevano con lei, solo perchè stridevano contro l’aria e contro gli anni.
Così, respirando a fondo in questa ritrovata libertà, sentì ancora l’odore di quando la vita solitaria era una vacanza e non un eremo. L’aria afosa che si respirava a giugno, mentre lei alle soglie della vita guardava scocciata fuori da una finestra, impaziente di poter uscire, fare, conoscere. Quell’aria l’aveva ancora dentro nei polmoni, perchè era così viva lei allora, così speranzosa, che respirava per davvero. E Julia ora sentiva quell’odore, l’odore di quel posto, di quella casa, di quelle estati, di quelle speranze. Uscì in balcone, i merli si chiamavano dagli alberi bianchi. Il sole la investì in pieno, e lei chiuse gli occhi. Sentiva il calore sulla pelle, e le vene, e le ansie nella pancia. Sentiva la vita. Sentiva la città. E quelle vecchie speranze che stranamente non puzzavano di carogna.


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