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Tokyo Eyes

Creato il 08 settembre 2010 da Robydick
Tokyo Eyes1998, Jean-Pierre Limosin.
2 ragazzi protagonisti. Lei minorenne e sorella di un poliziotto separato con cui vive. Lui poco più grande, produttore di videogame, vive solo in un piccolo appartamento ricco di dischi, elettronica e amenità tecnologiche varie.
La polizia a lui lo chiama Quattrocchi, perché quando attacca le sue vittime indossa occhiali per supermiopi. Sono sempre persone che in qualche modo, o nei suoi confronti o in sua presenza, hanno tenuto brutti comportamenti. Non le uccide, si limita a spaventarli sparando ma senza colpirli. Non sanno nemmeno bene che reato imputargli, fatto sta che è ricercato e famoso ormai a Tokyo.
La ragazza lo troverà, lo conoscerà e si innamorerà pure. Cominceranno a frequentarsi, lei col desiderio che lui smetta di essere Quattrocchi, lui continua a fare il vendicatore per un po' poi smetterà vendendo la pistola ad uno yakuza maldestro che lo ferirà involontariamente. Finale più o meno drammatico.
Uno di quei film che non si capisce dove vanno a parare, molto da festival come si usa dire. Atmosfere languide, fotografia splendida, musica ben dosata ne fanno una visione gradevole che lo salva a stento dall'Ade. Manca "soltanto" un senso compiuto che sia uno. Curioso esercizio di stile di un regista francese che fa "il giapponese", con un cameo di Kitano che sa molto di piaggeria per la giuria di Cannes, risultato così così, vai fino alla fine aspettando il colpo di teatro che nobiliti il tutto, ma resti con un palmo di naso. Il piede che indugia sul marciapiede, che non sa se scendere in mezzo al traffico, ci ha provato a prendermi in giro ma non c'è riuscito, di film orientali ormai ne ho visti abbastanza da poter distinguere le scene realmente simboliche da quelle inutili.
Da vedere solo se si è curiosi a riguardo.
p.s.: così, velocemente e a memoria, il solo film ambientato in Giappone fatto da non-giapponesi veramente riuscito è un capolavoro: Hiroshima mon amour. Bellezza assoluta, da parte di un genio, che è rimasto sé stesso senza imitare alcunché.

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