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Un confronto tra Principianti e Cattedrale

Da Marcofre

Il titolo è in realtà un bluff per due ottime ragioni.

  1. Non ho le capacità di imbarcarmi in un confronto serio;
  2. Non ho terminato la lettura di “Principianti”.

Però ho letto il racconto “Una cosa piccola ma buona” che ricorre in entrambi.
“Principianti” racchiude la versione originale mentre Cattedrale contiene la versione riveduta e corretta dallo stesso Raymond Carver. Niente editor, al massimo qualche correzione e/o consiglio da parte della moglie Tess.

Il racconto è uguale e diverso. La sua struttura è simile (anche se in “Principianti” c’è la descrizione di un episodio che non si ritrova in “Cattedrale”; probabilmente ne parlerò), eppure risultano due storie con una voce differente.

Ci sono dei dettagli che Carver ha modificato. Per esempio questo è un brano preso da  “Principianti”:

Quasi per la prima volta ebbe la sensazione che fossero insieme in questa sventura. Ma subito dopo si rese conto che era successo solo a lei e a Scotty. Non aveva lasciato che Howard ne facesse parte, anche se lui era stato sempre lì e si era reso utile. Si accorse che era stanco. Lo vedeva dal modo in cui la testa sembrava pesargli e piegarglisi sul petto. Sentì un impulso di tenerezza verso di lui. Fu contenta di essere sua moglie.

E adesso “Cattedrale”:

Si rese conto tutto d’un tratto che, fino a quel momento, questa cosa era successa a lei e a Scotty. Non aveva lasciato che Howard vi entrasse, anche se lui era era sempre stato lì e c’era bisogno di lui. Si sentì grata di essere sua moglie.

Per quel che capisco io, non è solo più corto: è differente. E non si tratta nemmeno di togliere; bensì di rendere più efficace il periodo. È senz’altro vero che con meno parole si riesce spesso a essere più incisivi. Però la difficoltà risiede nel lasciare (o inserire), le parole giuste. E qui si apre una discussione infinita: come diavolo si fa a capire se le parole adagiate sulla pagina sono quelle adatte? Le migliori?

Buona domanda. Non esiste la risposta perché scrivere non è il risultato di una formula, o di un’addizione. Per quel poco che ho capito io, molto arriva dalla lettura, dalla scrittura, e dal tempo cui viene delegato il compito prezioso di individuare debolezze e obbrobri.

In realtà per fare il lavoro per bene occorrerebbe leggere i due originali in inglese: qui invece abbiamo (per fortuna), la mediazione del traduttore Riccardo Duranti. Ma questa è una questione che seppure importante, rischia di allontanarci dalla riflessione.

Pure io (ammesso che la mia esperienza abbia valore), taglio parti dei miei racconti, durante il processo di revisione. Perché sono superflui.
Non solo: usare un aggettivo invece di due, oppure sostituirli entrambi con qualcosa di più muscoloso, rende le frasi più chirurgiche. Mettere un punto, o un punto e virgola, cambia eccome.

Spostare un elemento dalla fine di una frase, all’inizio, ha lo strano potere di conferire al resto delle parole un peso maggiore.
Più si penetra nell’universo di uno scrittore, e maggiore è la consapevolezza di quanto la scrittura sia ri-scrittura.


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