Con la sentenza emessa viene di fatto preclusa all’ex Premier la possibilità di candidarsi alle elezioni europee del prossimo maggio (nonostante l'affidamento ai servizi sociali, non ne viene scalfita l'agibilità politica, anche se, a dire il vero, la preoccupazione sulla potenziale successione sembra rimanere un problema ineludibile). Al di là dei meri aspetti giurisprudenziali, che lasciamo volentieri a coloro che lucrano da anni sulla figura dell’ormai ex Cavaliere, è già partita la speculazione, più mediatica che sostanziale, sul toto post-Berlusconi. La rincorsa di nomi che si susseguono ossessivamente, insieme ai borbottii e alle allusioni sui potenziali candidati capaci di sostituirne il nome a “dovere”, rispondono ad un’unica propedeutica caratteristica comune. Una rassegna di candidature a cui non debbono corrispondere, come sarebbe lecito aspettarsi in democrazia, competenze o qualità particolari, ma a cui viene invece richiesto, ben piantati in quella società dell’immagine e della nominazione che sublima, di portare il cognome del leader caduto momentaneamente in disgrazia. Non importa se il “legittimo” successore sia la primogenita Marina o l’avvenente Barbara, oppure ancora il rampollo Piersilvio, ciò su cui sembra non si possa proprio trascendere è che faccia parte della gens berlusconiana. Un concetto di democrazia padronale, dinastico, patrimoniale, come lo era la gestione del regno prevista dalla lex salica, che però si mescola oggi, pericolosamente, al concetto democraticamente pubblicitario di brand. Chi porta insomma il cognome dei Berlusconi fa ormai parte di un marchio pubblicitario, sponsorizzato da quello stesso popolo che è ancora disposto ad accordargli credito e fiducia.
Una politica promozionale, quella in-sediata da una “res publica” che ha ormai delegato al
vertiginoso consumo di spot la propria autorevolezza democratica. Non è in
fondo verosimile che la politica, come
ogni prodotto commerciale vuole essere anzitutto venduto, abbisogna del volano promozionale per estendere il proprio mercato su larga scala? E’ una
merce tout court. Non può stupire
allora se il consenso misura esclusivamente ciò che viene esposto per essere messo successivamente in vendita. Per dirla sbrigativamente con Bauman: “ una società che predilige prodotti pronti all’uso, soluzioni rapide,
soddisfazione immediata, risultati senza troppa fatica, ricette infallibili,
assicurazioni contro tutti i rischi e garanzie del tipo soddisfatto o
rimborsato”, finisce inesorabilmente per affidare il proprio consenso ad un
simulacro che ne incarni la sola qualità riconosciuta: la promessa di un
benessere-merce quantificabile in termini economici, prodotta dal
soddisfacimento di un immaginario costruitosi sugli spot. Si ha così la crescente
sensazione che questo ”popolo” vada infatti a votare con la stessa tensione con
la quale riconosce prodotti sugli scaffali di un qualsiasi supermercato, salvo
poi lamentarsi dell’errato acquisto.
Laddove all’epoca dei
carolingi, o dell’altomedioevo in generale se si preferisce, ci si doveva sottoporre
ad un altro uomo per sopravvivere (da cui la famosa formula feudale “essere uomo di un altro uomo”), in
democrazia ci si affida scientemente a qualcuno che “buchi il video”. Un’autorità
democratica che viene sostenuta dalla rinuncia di sé stessi per consunzione:
la democrazia zapping, ma in HD. Per dirla col “profetico” Pascal:“democrazia: non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse
forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse anche giusto”.
Siamo quindi
sbrigativamente passati da una dipendenza dettata dalla sopravvivenza, ad una
dipendenza per mancanza di volontà. Era meglio Carlo Magno, almeno, per
retrocedere a mollicci strumenti padronali, non avremmo dovuto sorbirci ore di
vuoti televisivi e tonnellate di supposte pubblicitarie. Ma in fondo,
Berlusconi e la sua tv generalista, sono forse solo l’ennesimo strumento che il
popolo ha reificato per continuare belluinamente a darsela a bere, vittime
inconsapevoli di quello stesso meccanismo che li aveva sostenuti sin lì. Come
un prodotto che non seduce più viene rimpiazzato con un altro “alla moda”,
Berlusconi perde simbolicamente la “sua” scena. "Lei" però non sembra aver
ancora abbandonato il bisogno di trovare un altro pifferaio magico da cui farsi
guidare. Ne sa qualcosa il non eletto a furor di “popolo” Matteo…




