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Matrimoni gay e pace: ecco perché il Papa ha ragione

Creato il 03 gennaio 2013 da Uccronline

Benedetto XVINon ce ne sarebbe stato bisogno, ma i media hanno male interpretato il messaggio di Benedetto XVI per la 46° Giornata mondiale della pace, per questo ci sembra utile l’approfondimento del prof. Francesco D’Agostino, giurista, ordinario di Filosofia del diritto e di Teoria generale del diritto presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica, di cui è membro fondatore

 

di Francesco D’Agostino, giurista
da Avvenire 18/12/12

 

L’ accoglienza ottenuta in ambienti laicisti (e persino in qualche ambiente cattolico) dal messaggio predisposto da Benedetto XVI per la celebrazione della 46° Giornata mondiale della pace non si è discostata da una falsariga che dovrebbe esserci oramai ben nota: lodi su lodi per i riferimenti fatti dal Pontefice alla necessità di introdurre più giustizia nell’ordine internazionale, di promuovere più sviluppo nei popoli, di affrontare energicamente la crisi dell’economia, con attenzione prioritaria ai più deboli; in una parola sola compiacimento per la vivissima attenzione del Papa al ‘sociale’.

Critiche, invece, a volte garbate, ma più spesso molto aspre, all’’innesto’ del problema della pace sul problema antropologico operato nel medesimo documento da papa Benedetto (in particolare nel paragrafo 4). Un ‘innesto’ che il Papa spiega molto chiaramente: non si può essere autentici «operatori di pace» se non si percepiscono nel loro giusto rilievo le grandi questioni che concernono la vita (a partire da quelle dell’aborto e dell’eutanasia), la libertà religiosa ed educativa, la famiglia e il matrimonio (nella sua struttura fondamentale di relazione eterosessuale aperta alla vita). Opera per la pace chi opera per il bene dell’uomo e non si opera per il bene dell’uomo se non ci si oppone al fatto che l’uomo sia indiscriminatamente manipolabile, sia a livello biologico, utilizzando le pratiche più estreme della biomedicina, sia a livello sociale, come ad esempio avviene quando si cerca di abolire per legge termini come ‘padre’ e ‘madre’, per sostituirli con quelli di primo e secondo ‘genitore’, come è inevitabile che avvenga quando si proceda al riconoscimento dell’adozione da parte di coppie omosessuali o della procreazione artificiale.

È da ritenere così «sorprendente» – come fa ad esempio Alberto Melloni sul Corriere della Sera di domenica 16 dicembre – la decisione del Papa di ricondurre alla grande questione della pace simili questioni antropologiche e giuridiche? Davvero così il Magistero della Chiesa dimenticherebbe che «la vita è fatta di percorsi tortuosi»? Non sarebbe meglio evitare di presidiare quei punti di confine «tra il pubblico e l’intimo dove non passa nessuno?». Domande pesanti, non tanto però per la loro profondità, quanto perché da esse emerge una singolare carenza di consapevolezza della peculiarità del messaggio cristiano e in particolare di due suoi punti decisivi. Il primo è che a fronte della «tortuosità» della vita (per riprendere le parole di Melloni), tortuosità innegabile, resta pur sempre l’ineludibile precetto di Gesù: la vostra parola sia sì, sì, no, no. Alla crisi del matrimonio e della famiglia, alle tentazioni abortiste, alle istanze coniugali dei gay non si risponde facendosi carico della «tortuosità» delle questioni, ma riportandole alla loro semplice, diritta e diretta verità (divenuta forse scandalosa per molti!): abortire è uccidere una vita umana; legalizzare le nozze gay significa disconoscere che il matrimonio è per generare figli e dare loro un padre e una madre.

La doverosa condanna di discriminazioni e violenze contro le persone omosessuali e l’altrettanto doverosa comprensione umana verso donne schiacciate dal peso della gestazione non possono eludere il nostro dovere di riconoscere la verità delle cose: non è avallando più o meno pietose menzogne (del tipo: il nascituro non è un ‘vero’ essere umano) che si aiutano le persone, ma non lasciandole mai sole, soprattutto nei momenti della loro massima debolezza. Il secondo punto in cui si manifesta una «sorprendente» – adesso davvero sì – incomprensione del Vangelo e del messaggio di papa Benedetto – nei soliti critici e anche nel testo di Melloni – è simile al primo ed è questo: la pace, prima di essere il frutto di accorti equilibri giuridico-politici, nasce da un atteggiamento interiore, che non può prescindere dal ripudio delle ideologie e dal riconoscimento della verità: il saluto che Gesù rivolge ai discepoli, «La pace sia con voi», non è semplicemente un auspicio, è nel contempo un precetto.

Non si può, insomma, predicare la giustizia sociale se nello stesso tempo non si predica la «giustizia antropologica», intesa (per riprendere le parole del Papa) come un insieme di principi che non costituiscono verità di fede, ma sono iscritti nella natura umana stessa. Se vuole essere operatore di pace, l’uomo deve prima conoscere se stesso: un compito che mai, come nel nostro tempo inquinato dal relativismo, appare tanto necessario.


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