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Quando mi sintonizzo la discussione è già iniziata ma ne colgo subito il senso: è moralmente lecito tentare tutte le strade che la medicina mette oggi a disposizione per coronare il proprio desiderio di maternità e di paternità? Ovviamente si mettono nello stesso calderone storie diverse, da Miguel Bosè a Gianna Nannini, da chi ricorre alla fecondazione assistita per ragioni cliniche a chi lo fa perché omosessuale. Ma non pretendiamo certo dai talk show del pomeriggio di Raiuno capacità di analisi e approfondimento. Onestà e correttezza, però, sì. La presenza del prete si avverte già prima di essere inquadrato: mentre la conduttrice introduce l’argomento si sente in sottofondo una voce scandire «che miserie, che miserie». Iniziamo bene. Dopo il servizio d’apertura, la parola va subito all’unica «autorità morale» presente in studio, che nei suoi interventi oscilla costantemente tra il sarcasmo e l’offesa. Con un’arroganza da far invidia a Vittorio Sgarbi, don Mario ha parlato pressocché ininterrottamente, sbracciandosi e lanciando anatemi nei confronti di scelte di vita di cui, ovviamente, non sapeva nulla. Il figlio che Elton John e il marito (che don Mario chiama «il suo amico») hanno avuto grazie a un utero in affitto è per il parroco un «nulla» per la coppia. Che i due addirittura lo considerino «proprio figlio» è per don Mario una «stortura mentale». In un climax ascendente che travolge tutti coloro che tantano di prendere la parola – da Monica Leofreddi, mamma a 44 anni dopo lunghi anni di cure e sofferenze, al povero ginecologo evidentemente non abituato ai ring televisivi – don Mario continua a sentenziare che tutto questo è «contro natura» (come se la sua scelta di astinenza – che siamo certi mantiene con convinta coerenza – fosse perfettamente naturale...), immorale e segno di narcisismo. Ogni tanto la telecamera riprende le smorfie di dissenso degli altri ospiti, nessuno però osava interrompere quello sproloquio perché «è pur sempre un prete» e ai preti noi laici (nel senso di coloro che vestono in borghese) tributiamo un malinteso rispetto che si tramuta troppo spesso in immeritato ossequio.
Con un ghigno malevolo sempre stampato sul volto, don Mario raggiunge la vetta di disprezzo commentando un servizio che racconta la storia di una coppia di donne che 9 anni fa ha deciso di avere un figlio con la fecondazione assistita. Il servizio raccontava il menage di una normalissima famiglia, in cui la bambina era cresciuta benissimo, una famiglia angosciata però dalla mancanza di tutele legali per il genitore «non biologico»: se dovesse succedere qualcosa alla donna che ha fisicamente portato avanti la gravidanza e che è l’unico genitore riconosciuto dalla legge, la bimba potrebbe essere sottratta a quella che da 9 anni è a tutti gli effetti una delle sue due mamme. Una tale crudeltà è ovviamente perfettamente giustificabile agli occhi dell’uomo di Chiesa che anzi si accanisce: «Sono loro che non hanno voluto il padre», quindi ben gli sta. «Sono cose mostruose», sentenzia don Mario, che definisce il desiderio di maternità di una coppia omosessuale un desiderio fuori «dalla grazia di Dio e per fortuna anche degli uomini» («Loro vogliono avere un figlio e io voglio essere un cane», dice provocatoriamente). Il prete arriva persino a benedire le difficoltà economiche che molte donne hanno e che impediscono loro di ricorrere a costose cure: «Meno male», dice senza un’ombra di compassione quando la Venier fa notare che non tutte possono permettersi simili trattamenti.
La sua benedizione don Mario la riserva soltanto a una donna di Palermo, che aveva diligentemente accettato il destino di infertilità che il buon Dio le aveva riservato finchè – miracolo – sempre il buon Dio le ha voluto donare un figlio a 48 anni. «Brava», sentenzia don Mario, che di figli evidentemente si intende.
Un’arroganza e una violenza verbale che non sarebbe perdonata a nessun «laico». Se, come è giusto che sia, la Chiesa pretende di partecipare al dibattito pubblico, è ora che accetti le regole di questo dibattitto, smetta l’abito talare e si confronti sul terreno degli argomenti e non su quello degli anatemi. Ma chi ha dato ai preti licenza di offendere? Chi attribuisce loro una sorta di «sovrappiù» etico che li autorizza a scagliarsi contro le scelte di vita di ciascuno di noi? Di fronte a queste scene che farciscono i programmi della nostra tv contribuendo non poco alla formazione del senso comune, c’è evidentemente bisogno di una riscossa della cultura laica, anzi laicista, che dovrebbe essere orgogliosa della propria tradizione di libertà e di rispetto e non prona e succube, come se le mancasse sempre qualcosa. Se c’è qualcuno a cui manca qualcosa sono proprio quei clericali che non sanno cosa sia il rispetto (laico) né la pietà (cristiana).
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