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Provincialismi

Creato il 10 marzo 2011 da Ilpescatorediperle
Un bell'articolo di Sergio Luzzatto, apparso qualche settimana fa sulla Domenica de ilSole24ore, lanciava una provocazione: davvero il provincialismo italiano è sinonimo di decadenza? Lo storico dell'Università di Torino ammette che il nostro paese è provincia da secoli. Da qui, un nuovo punto d'avvio: potremmo almeno cercare di essere la migliore provincia possibile. In campo culturale, Luzzatto pone a nostro favore, in particolare, l'ampiezza e la qualità delle traduzioni. Il mondo editoriale italiano offre numerosi strumenti di lettura, spesso aggiornati alle ultime pubblicazioni, anche di autori poco noti e da scoprire. D'altro canto, l'autore depreca lo strumento del doppiaggio per i film stranieri (ma non è, in qualche modo, una contraddizione con quanto detto appena prima?). Io trovo che sì, ci sono molte e abbondanti traduzioni, ma anche molti casi di miopia editoriale (importanti testi fuori catalogo, autori interessanti che mancano all'appello). Il punto, in ogni caso, va al di là di questo problema specifico, ed è esposto verso la fine dell'articolo:
A ben guardare, la cultura italiana si regge su qualcosa come una tensione fra due forme di provincialismo. Da una parte c'è un provincialismo che ci rende aperti, cosmopoliti, "glocali"; dall'altra parte c'è un provincialismo che ci mantiene chiusi, limitati, strapaesani. E un segnale evidente di questa tensione proviene da quell'esatto rovescio dello sciovinismo francese che è la nostra esterofilia.
E' su questo che occorre soprattutto riflettere. A me pare che il secondo provincialismo tenda a prevalere sul primo. Forse amiamo e rispettiamo altri paesi , siamo convinti, magari, che siano migliori del nostro (anche se mi pare che sia una tendenza che sta diminuendo, come il nostro celebre, in realtà ormai carente europeismo). Godiamo di una vuota esterofilia, perché poco nutrita di competenze linguistiche, di soggiorni all'estero al di là di quelli strettamente turistici. In un paese in cui la conoscenza di più lingue e la frequentazione di università di altri paesi vengono, che so, in certi concorsi di ammissione al dottorato, considerati una prova di "tradimento" del proprio giardino dipartimentale, qualità penalizzanti o comunque non valutabili, non è, probabilmente, un paese che intende inverstire sul futuro. Il problema non è la mobilità, ma sono la mobilità coatta e la corrispettiva mancanza di attravvitità. Che lavoratori, aziende, ricercatori, vadano all'estero perché non hanno alternative e che molto pochi lavoratori, aziende, ricercatori stranieri vengano in Italia. Il problema è l'assenza di lungimiranza, la povertà dello sguardo, assorto nell'angolino del qui ed ora, che fatica ad ambire ad una visione d'insieme, ai prossimi 20, 30, 50 anni. E' un gioco in perdita, che aumenta il provincialismo.Una certa impermeabilità a ciò che succede nel mondo, come se non ci riguardasse o fosse ben poca cosa rispetto alle beghe interne è trasversale e bagna, ovviamente, anche le rive della politica. I nostri rappresentanti patiscono le nomine internazionali, e sono ben contenti di tornare qui, anche per incarichi di minor rilievo. L'Europarlamento, ad esempio, è vissuto come una sorta di retrocessione, quarantena, o ultima spiaggia. Vuoi mettere la presidenza di una controllata pubblica, o un sottogretariato passacarte, ma con sede di rappresentanza a Roma? Questo provincialismo è sinonimo di declino. Mentre invece il confronto con le migliori esperienze che vengono da fuori, senza inutili abbattimenti ma con un certo orgoglio per ciò che di buono abbiamo anche noi, sarebbe terapeutico. Al contrario, piangere sulla decadenza è come encomiare magnifiche sorti e progressive. Non ha senso, se non entro una pratica che arresti le prime e favorisca le seconde, inquadrandole in quella che la realtà italiana è. Per quel che vale, io penso, riallacciandomi al "provincialismo positivo" di Luzzatto, che in Italia funziona ciò che è piccolo. Le piccole imprese, i livelli politici più vicini alle persone, cioè i comuni, che l'Italia ha inventato.Mi piace pensare che questo abbia ha che fare con un bisogno di concretezza, di occhinegliocchi, di legami personali (quello che, a rischio di retorica, si potrebbe chiamare "umanità") che è tipicamente italiano.Ciò ovviamente porta con sé un lato pericoloso e molesto. Il passo dal glocal al provincialismo, al gretto rifiuto del nuovo, alla mancanza di esprit de système, difficoltà a far squadra, brama per il particulare, è breve. La questione morale che stiamo attraversando è il compendio e assieme il vertice di questi mali antichi.La caratteristica struttura italica a "mosaico", fatto di tante piccole realtà, ne fa un paese pluralistico. Lo è per la sua storia, fin dall'antichità. Il meglio dei Romani stessi, come ricorda François Jullien in un suo saggio non a caso dedicato al comune, è stato quello di mettere in rete la polivocità di religioni ed etnie che caratterizzavano, prima ancora dell'impero, la stessa penisola.Da qui, credo, è anche comprensibile la forza disgregatrice del leghismo, che ha avuto successo perché ha guardato in faccia il nostro provincialismo ma, invece di progettare un modo per tenere insieme le tessere del mosaico, per farle risaltare, ha insistito sulle loro commessure, ha lavorato sui margini, li ha messi l'uno contro l'altro, cementandoli solo di fronte a nuove tessere, a nuove pluralità (gli stranieri, l'Europa, gli altri, in genere). Così dal provincialismo positivo (glocal è bello) si degenera facilmente in quello contrario (gli altri vadano a casa, ché ci rubano lavoro, tempo, spazio).C'è da chiedersi, tornando alla dimensione più propriamente culturale considerata da Luzzatto, perché un'intellettualità così avanzata, aperta, poliglotta come sembra risultare nel suo articolo quella italiana, non abbia saputo essere argine allo smottamento del paese. Forse si tratta di incomunicabilità di piani: da un lato il lavoro del pensiero, dall'altro il paese, la cultura (o non cultura) diffusa. Pare che a molti studiosi italiani manchi la voglia di essere intellettuali, di dare un contributo civile contro l'imbarbarimento. Sono rimaste inabitate ampie praterie in cui hanno potuto insediarsi quelli che "la cultura non si mangia" e simili. Da un lato, tenere discorsi indignati sul paese - la cui forza critica, per quanto virulenta, non è mai tale da investire se stessi, eventuali, proprie, responsabilità: gli artefici del declino sono sempre gli altri; dall'altro, assorbirsi nelle trame dei concorsi accademici, delle sterili contrapposizioni, delle vecchie ruggini con questo o quello che risalgono alla gioventù. Anche questo diviene una forma, raffinata, di provincialismo. Fortunatamente, non è sempre così, e l'articolo di Luzzatto sta, da par suo, a dimostrarlo.
Provincialismida TEMPI FRU FRU http://www.tempifrufru.blogspot.com

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