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Il basket è salvo...

Creato il 14 giugno 2011 da Alesan
Il basket è salvo...Lo sport non è così matematico come tante volte può sembrare a qualcuno, nemmeno essere amici dell'amico che conosce gente importante può darti la garanzia di avere la soffiata giusta su un under o su un over che poi sul campo si rivelano pietose patacche. Figuriamoci se non conosci nessuno cosa può succederti... Così capita che se i playoff Nba si confermino la massima espressione del basket americano (anche al netto dei passi di un certo LeBron James che pare giocare a palla avvelenata) fatta anche e soprattutto di difese, rotazioni e gioco vero, il giocattolino costruito sul fenomeno o presunto tale rischia di rompersi. E va in pezzi di fronte ad un'armata guidata da "vecchietti" con la spilla dei perdenti attaccata sul numero di maglia. L'agilità, la freschezza ed il talento dei Miami Heat costruiti su una formula del Big Three di bostoniana (e recente) memoria, non ha sortito gli effetti sperati per una serie di ovvie ragioni: tolto Dwyane Wade, talento spaventoso che un titolo lo ha già vinto contro la stessa avversaria di queste Finals, Dallas, facendo impazzire il mondo nel 2006, i due violini che dovrebbero chiudere il cerchio sono lo stesso James e quel Chris Bosh che è ben lontano da essere uno di quei Big che ti fanno vincere. Bosh ha lasciato tiri che non avrebbe dovuto, ha inciso pochissimo in difesa, è andato maluccio a rimbalzo, senza metterci forza e convinzione mentre, dall'altra parte, il Prescelto svaniva via via che la serie si accendeva, scomparendo piano piano dalle statistiche che contano, sentendo il peso di una finale che si allontanava ogni minuto di più e dimostrando di non essere ancora quel pezzetto del mosaico che si incastra alla perfezione in un giocattolo vincente.
Ha vinto la pallacanestro, quella vera, quella del carattere di chi ha visto il sogno allontanarsi ogni volta di più ma non si è mai perso d'animo in una delle serie finali oggettivamente migliori di sempre con tre partite finite all'ultimo tiro. Ha vinto la pallacanestro dei Dallas Mavericks, allenati meglio per questo evento e in grado di tirare dalla propria le due sfide decisive (ovviamente gara 2 e gara 5) per poi portare l'affondo finale nel momento giusto, evitando così una gara 7 che a livello climatico sarebbe stata forse inaffrontabile. Ha vinto il saper scalare, il far girare la palla, il procurarsi e poi prendersi tiri, anche impossibili, che arrivavano anche da chi non ti aspetti, ha vinto la rapidità di JJ Barea, le tre bombe di DeShawn Stevenson in gara 6, ha vinto la lucidità di emergere ogni volta anche quando un vantaggio di +12, il maggiore della serie, si è polverizzato in pochi minuti e a pochi metri dal traguardo. Ha vinto Jason Terry, quello che nel 2006 si spense nel momento meno opportuno, che non sai mai se quando parla è serio o è un pazzo, ma che non fallito un solo attimo di queste finali piazzando bombe devastanti dopo che era già volato sopra ciò che rimaneva dei LA Lakers qualche settimana fa.
Era impossibile pensare un epilogo così, tanto più vedendo le prime gare, con Wade scatenato, un LBJ in grado comunque di reggere la candela, quel numero di possessi offensivi che sembrava crescere sempre e solo per Miami e mai per i Mavs quel Bosh che rifiuta tiri semplicissimi e piazza, all'improvviso, il tiro decisivo di gara 3, la prima a Dallas, rovesciando il fattore campo nell'unico momento davvero decisivo delle sue finali Nba. Alla fine hanno vinto i finali di gara di Dirk Nowitzki, quei minuti dove il tedesco è sempre salito in cattedra e soltanto in gara 3 ha centrato un ferro che lo ha spedito negli spogliatoi sconfitto. Per il resto è stato maestoso, inarrestabile, capace di vincere col proprio tiro instoppabile ma anche di muoversi con dimestichezza tra le maglie avversarie assolutamente lontane, in gara 4, 5 e 6 dal loro standard naturale, almeno nei momenti difensivi chiave dove WunderDirk ha speso deriso un più giovane, e spaesato, Bosh.
Ha vinto la pallacanestro di Jason Kidd, trentottenne che ha dato tutto quello che aveva e anche quello che non aveva, che ha difeso su giganti con la metà dei suoi anni e che ha sempre dato via palloni intelligenti, come fa da 16 anni a questa parte in queste lande professionistiche; stavolta ancora di più, senza forzare una giocata che fosse una, senza pretendere di poter dare anche solo un milligrammo di sudore in più di quello che aveva in corpo, piazzando cinque bombe nelle ultime due partite e rimanendo serio, troppo serio, fino a che l'esito deciso non gli ha dato la possibilità di aprirsi in un sollevato sorriso.
Ha vinto la pallacanestro di Rick Carlisle, la pallacanestro vera, quella dei playoff, dove la schiacciata diverte il pubblico ma rischia di essere fine a sé stessa perché gli altri, intanto, difendono, attaccano, non calano di intensità e stanno lì a morderti il culo fino alla fine. Non ha vinto l'equazione dei 3 grandi in un collettivo che ancora non c'è. Vinceranno, vinceranno sicuramente i Miami Heat, quando James giocherà un basket diverso e metterà su il pedigree di chi alza il tono quando è ora di vincere. Vinceranno quando da Bosh ci si aspetterà che faccia il Bosh e non lo Scottie Pippen che non è nemmeno di striscio. Vinceranno perché sono giovani e bravi e, forse, diventeranno una squadra di basket. Da regular season, da playoff e, anche e soprattutto, da finali Nba. Sino ad allora vincerà il basket che ancora una volta è stato salvato dalle forze della pubblicità e dell'esaltazione da chi lo incarna alla perfezione: i Dallas Mavericks di Nowitzki e Jason Kidd.
MVP delle finali non poteva che essere lui, il salvatore, quel Nowitzki che entrava negli spogliatoi alla prima uscita a Dallas dopo aver sbagliato il tiro decisivo a testa bassa e ci entrava ieri mattina, con un passo identico al primo, circa alle 5 ora italiana, dopo aver vinto il titolo, quasi scioccato ed inconsapevole dell'impresa appena compiuta. Raramente mi sono emozionato così davanti ad un gesto sportivo, ad un atleta che sembra fuggire alla gioia della vittoria perché non la conosce, non l'ha mai incontrata davvero e ora ha bisogno di capire da solo se è vero, magari guardandosi allo specchio per dirsi che non è un perdente. E che ha salvato il basket.

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