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La repubblica che divorò i suoi fondatori

Da Gabriele Damiani
La storia politica della repubblica italiana presenta un aspetto davvero singolare. Mi riferisco al fatto che nessuno dei partiti esistenti ai tempi dell’assemblea costituente sia ancora oggi in vita. Alla repubblica è bastato meno di mezzo secolo per far fuori i partiti del cosiddetto arco costituzionale.I partiti della ‘‘prima repubblica’’ defunsero come sappiamo per motivi quanto meno originali. Avevano infatti il vizio di trasgredire il codice penale. Guerre, crisi economiche, colpi di stato, rivoluzioni – insomma le tipiche ragioni per le quali le fazioni politiche in genere si estinguono e vengono sostituite da altre di nuovo conio – nel nostro caso non hanno giocato alcun ruolo. Fu una volgare faccenda di manette a liquidare i padri fondatori della repubblica.Onore al merito, verrebbe da dire.
A un ventennio da quel simpatico cataclisma giudiziario che ha partorito la ‘‘seconda repubblica’’ sarebbe opportuno cominciare a tirare le somme e verificare quanti e quali passi avanti sono stati compiuti.Il risultato è misero, perché di passi indietro se ne sono fatti parecchi, di passi avanti nessuno.Sono cresciuti debito pubblico e pressione fiscale ma la formidabile inefficienza dell’apparato politico-burocratico non è diminuita. Le tante mafie non sono state estirpate mentre l’amministrazione della giustizia è rimasta insoddisfacente come prima. In sostanza, tutto è cambiato perché nulla cambiasse.Ciò è successo malgrado si sia avuta un’alternanza al governo di forze politiche di opposto colore, laddove durante la prima repubblica al potere era sempre rimasta, immobile e granitica, la democrazia cristiana con i suoi alleati. L’alternarsi di destra e sinistra al timone dello stato non ha dunque prodotto i risultati che ci si sarebbe aspettati da una sana concorrenza tra compagini avversarie.Gli effetti sugli elettori non sono mancati. Poiché né la destra né la sinistra si mostravano capaci di combinare qualcosa di buono, elezione dopo elezione i votanti si sono tenuti, in misura crescente, lontani dalle cabine elettorali.
Credo che il sostanziale fallimento della seconda repubblica, con le conseguenti delusioni suscitate negli animi di un gran numero di cittadini, si debba al mancato varo di quelle riforme costituzionali, promesse a piè sospinto ma mai realizzate, necessarie a migliorare il funzionamento della macchina pubblica.In vent’anni il ceto politico ha molto sbraitato, si è accapigliato, ha polemizzato senza ritegno contro questo, quello e quell’altro, ma si è ben guardato dal concludere alcunché di utile. Tanto tuonò che nemmeno piovve. Una cortina fumogena di strepiti e chiacchiere ha in pratica coperto l’immobilismo più assoluto delle istituzioni repubblicane.La vita interna dei singoli partiti è stata viceversa molto agitata e fluida. Tra scissioni, fusioni, diaspore, rifondazioni, rottamazioni, alleanze fatte, ripudiate e poi rifatte, cambiamenti di nomi, nascite e morti di sigle fantasiose, trombati eccellenti e delfini che hanno voltato le spalle ai padri padroni non c’è stato un momento di tregua. Una giostra senza fine.Non potrà durare così in eterno, è avvio, perché anche le forze politiche hanno bisogno di consolidarsi per sopravvivere. Un tempo, a cementarle, provvedeva l’ideologia, oggi non più. Il garrire delle bandiere non incanta più come una volta gli elettori. Agli slogan devono seguire i fatti.Affinché ciò si verifichi si richiede innanzitutto che i capi dei partiti prendano coscienza della situazione e capiscono che devono dare risposte concrete alla cittadinanza. Potranno rendere stabili e solide le loro formazioni politiche soltanto se dimostrano di saper affrontare i problemi e risolverli. E il problema principale riguarda l’ammodernamento dello stato, il miglioramento della qualità dell’azione pubblica, ottenibile solo se si riforma la carta costituzionale, correggendone lo smaccato parlamentarismo che la contraddistingue. Altrimenti, la seconda repubblica divorerà anche i nuovi partiti.

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