Pubblico
qui di seguito il testo dell'intervento che ho svolto al dibattito
“Obiezione di coscienza e diritti negati. Quando l'aborto diventa
un incubo”, tenutosi alla Casa internazionale delle donne lo scorso
27 febbraio con Chiara Lalli, autrice di “C'è chi dice no”, il
Saggiatore, in un incontro moderato da Elena Ribet, giornalista di
Noidonne.
Qui è possibile scaricare il file dell'audio integrale.
Vi
ricordo poi l'appuntamento di giovedì 8 marzo, a Roma presso
La Villetta, via Passino, 26, alle ore 17 con la proiezione del film
di Alina Marazzi “Vogliamo anche le rose”, a cui seguirà un
dibattito con: Cinzia Sciuto, redattrice di MicroMega, Ilaria
Fraioli, montatrice del film, Marina d'Ortenzio, resp. Politiche di
genere di Sel Roma area metropolitana
***
La
questione dell'obiezione di coscienza e dell'aborto si può
affrontare da due punti di vista.
Il
primo è quello dello scontro tra due diritti – quello
all’interruzione volontaria di gravidanza delle donne e quello
all’obiezione di coscienza del personale sanitario. Da questo punto
di vista, ci troviamo di fronte due soggetti, entrambi titolari di
diritti soggettivi riconosciuti dalla legge.
Prima
della legge 194 l'aborto era addirittura un reato, per cui è
comprensibile che nell'approvare quella legge si tenesse conto del
fatto che i medici che erano in servizio in quel momento avevano
iniziato la loro carriera quando l'aborto era illegale. Questa legge
interveniva modificando una parte della loro professione, ed era
quindi comprensibile consentire ai medici allora in servizio di
astenersi da quello che fino a un giorno prima era un reato.
La
194 avrebbe dovuto prevedere questa possibilità, però, come una
clausola transitoria, che non avrebbe dovuto avere effetto sui futuri
medici: dopo il 22 maggio del 1978 chi ha scelto e continua a
scegliere di specializzarsi in ginecologia o di fare l'ostetrica sa
che tra le sue mansioni ci sarà anche l'ivg e, se la ritiene del
tutto inconciliabile con la propria coscienza, può liberamente
scegliere un altro percorso professionale.
In
una società
altamente complessa e specializzata come è la nostra spesso
l’esercizio di un diritto esige una prestazione tecnica da parte di
un professionista specializzato, per cui sempre più spesso si pone
il problema: se per esercitare un mio diritto – sancito dalla legge
– io ho bisogno della prestazione tecnica di un professionista,
quest’ultimo può appellarsi a ragioni di coscienza negandomi la
prestazione e, con ciò, impedendomi di esercitare il mio diritto?
Cosa
succederebbe se si consentisse ad ogni professionista di decidere se
fornire o non fornire una prestazione sulla base delle sue
personalissime convinzioni di coscienza? Può un farmacista convinto
che le medicine tradizionali siano dannose, rifiutarsi di vendere un
antibiotico regolarmente prescritto? Può un medico Testimone di
Geova astenersi dall'effettuare una trasfusione di sangue perché la
sua coscienza glielo vieta?
Se
quella che va tutelata è la coscienza di ciascuno – e non questa o
quella particolare posizione ideologica, religiosa, filosofica
eccetera – allora nessuno può sindacare sulle scelte “di
coscienza” di qualcun altro. E se si garantisce al medico cattolico
il diritto di appellarsi alla propria coscienza per astenersi
dall'effettuare un aborto, non si vede perché non si debba garantire
analogo diritto al medico Testimone di Geova di astenersi
dall'effettuare una trasfusione di sangue.
Quando
non si ha il coraggio di prendere la laicità sul serio, si creano
tutte queste aporie: uno Stato confessionale, infatti, ha buon gioco
a individuare le coscienze che meritano di essere rispettate e
garantite ed è perfettamente legittimato a “discriminare” le
altre. Uno Stato formalmente laico – come è il nostro, tanto più
che dopo la revisione del Concordato del 1984 la religione cattolica
non è più religione di Stato – non può espressamente riconoscere
ad un fede, e ai suoi corollari etici, maggiore legittimità di
altre. E invece riconoscendo il diritto all'obiezione di coscienza
sull'aborto e non su altri aspetti della professione medica, crea
delle discriminazioni di fatto difficilmente giustificabili (come
tutte le altre condizioni di privilegio di cui gode la fede
cattolica, a partire dall'insegnamento della religione cattolica
nelle scuole). Prendere la laicità sul serio significherebbe erigere
dei baluardi difensivi contro i fondamentalismi, da qualunque parte
questi provengano.
L'obiezione
di coscienza andrebbe quindi oggi semplicemente abolita. Ma se
pretendiamo di risolvere la questione – che è questione
drammatica, che passa per la vita e i corpi delle donne – su questo
piano probabilmente non arriveremo mai ad una soluzione
soddisfacente, almeno fino a che l'egemonia culturale in questo paese
non faccia diventare la laicità il principio ovvio e da tutti
condiviso per la gestione dei “conflitti etici”.
Se
si affronta però la questione da un altro punto di vista, la
soluzione del problema è molto più semplice. Da questo secondo
punto di vista, il problema si sposta dallo “scontro” tra due
soggetti al rapporto tra la donna che chiede di esercitare un diritto
sancito dalla legge e le istituzioni.
Se
infatti, la 194 concede al personale sanitario la possibilità di
rifiutarsi di praticare aborti per ragioni di coscienza, la stessa
legge, perisno nello nello stesso articolo 9, che è quello che
regola l'obiezione di coscienza, sancisce:
“Gli enti ospedalieri e
le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo
espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e
l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza
richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La
regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la
mobilità del personale.”
Quindi trasferimenti
coatti e concorsi ad hoc, come suggerito anche da un giurista del
livello di Stefano Rodotà. Niente più scuse per gli ospedali: se
non garantiscono il servizio sono fuori legge.
